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ACRI

«Bella la patria mia coi i suoi vigneti, /

col suo vecchio Castello e suoi torrenti;

/ limpide son le sue fontane, e i venti /

sospirano di amor per gli uliveti. / Di

monti coronata e di querceti, / sfido

l'ira dei nembi e dei potenti; / culla di

forti, di impavidi ed ardenti / di

martiri, di santi e di poeti». Così il poeta Antonio Julia descrive la sua città, Acri.

Tre colli sono il simbolo araldico e lo spazio su cui si estende Acri. Il centro urbano, nella parte più antica, domina la valle del Mucone e la valle del Crati e da qui la vista si perde verso le alte cime della catena del Pollino. L’origine della città è antichissima. Le bellezze naturali e i caratteristici vicoli, le antiche chiese, sono tra le attrazioni principali come il santuario del Beato Angelo a cui è intitolata la basilica, che si trova nell’antico rione dei Cappuccini.

La città ha dato i natali a tanti letterati, tra questi il più noto è Vincenzo Padula, a cui è dedicata l’omonima Fondazione. Ma la cittadina è stata anche la patria dei garibaldini fratelli Sprovieri e di Vincenzo Julia Acri (1838-1894), poeta e filosofo di idee liberali, fu sospettato di cospirazione antiborbonica e fece parte del "Vernacolo di Acri". Gli amanti della natura partendo da Acri possono scoprire il fascino dell’altopiano silano con il suo ricco patrimonio di biodiversità. La Sila è infatti caratterizzata da alberi di varia specie: dal castagno, al pino laricio, al faggio ed è ricca di piante officinali e fiori. Per quanto riguarda la fauna, si possono incontrare diverse specie animali: la poiana, il gufo reale e il cosiddetto “re della Sila”, il lupo.

Acri è nota per la sua tradizione culinaria, conosciuti in tutta la regione sono piatti come “fusilli con carne di capra”.


Museo d’Arte Contemporanea di ACRI


Il palazzo Sanseverino Falcone è sede del Museo d’Arte Contemporanea voluto da Leopoldo Sanseverino tra il 1707 e il 1717. Al centro di numerose vicissitudini fu venduto e divenne dimora delle nobili famiglie Falcone e Zanfini. Nella seconda metà del ‘900, ormai in rovina, il palazzo passò al Comune che si incaricò del restauro. Diversi sono gli aspetti architettonici del palazzo e

numerose le particolarità che si incontrano, alcune delle quali di difficile interpretazione come il colonnato, che presenta una struttura di epoca anteriore alla costruzione.

Il Museo espone le opere di Silvio Vigliaturo, uno dei più importanti esponenti internazionali della vetro-fusione. La Sala dei Forni e quella del Potere sono rappresentative dell’attività ell’artista. La Sala dei Forni, che riproduce l’atmosfera di una fornace muranese, accoglie le produzione del 1994, primo periodo artistico del maestro. Silicio, potassio e bicarbonato di sodio raccontano l’ingegnosa storia di Angelo Barovier. Il vetraio veneziano che, miscelando insieme a questi elementi l’ossido di piombo, creò nel 1450 un vetro così puro da non conoscere rivali per molti secoli. Nella Stanza del Potere campeggia uno scenografico murales, “Battaglia fuori dalle mura”, in cui sono rappresentate le tematiche epiche tanto care all’artista.

Nello stesso spazio espositivo Vigliaturo presenta il ciclo dedicato ai “Generali”, segno di mostruosità, di stupidità, di arroganza e fonte di ogni genere di aberrazione. L’artista ridicolizza i generali e ribalta il mito del potere guerresco, anelando ad una possibile pace tra i popoli.


IL CIRRO BLU

Una nota a parte meritano i volti, quasi sempre realizzati, in pittura come in scultura, di fronte o di profilo, con un solo occhio distorto e aperto sul mondo e nella forma ovoidale, segno, come notò il critico Paolo Rizzi, di un niverso

«simbolico espressivo» che «rispecchia un’inerzia interna, quindi una un bisogno di protezione, o comunque di difesa di fronte ai disagi esterni». Le deformazioni, lontano dal possedere una valenza puramente estetica, sono

portatrici anche di una funzione ideologica: esse sono specchio dei dualismi insiti nell’animo umano (il bene e il male, la gioia e il dolore), che convivono e coesistono nella coscienza individuale e che non è possibile negare o cancellare. Ma i volti di Vigliaturo sono innanzitutto presenze ieratiche e fascinose, universali, di fronte alla cui bellezza riesce difficile stabilire quanto vi sia di amabile o di giocondo, di misterioso o di immediato, perché insieme formano una suggestiva galleria di figurazioni pervase di grande carica emotiva, di una potenza quasi spirituale.

Di qui anche la scelta privilegiata dei temi relativi alla complessità dell’umano, che consentono all’artista la sua indagine personale sulle passioni e le debolezze dell’uomo di ogni tempo, sulla componente ora grottesca, ora angelica, ora mostruosa che si cela dietro ogni azione dell’uomo di tutti i tempi. L’impatto visivo nasce spesso dall’antinomia tra il peso e la leggerezza delle sculture, dal loro dinamismo, dalle posture inclinate in obliquo, dalle grandi mani, dai volti di sbieco. A questo proposito ogni esempio può essere esplicativo, per la trasparenza dei colori, scorporati da ogni vincolo, per l’ampia modulazione ritmica di grande respiro nell’economia dell’insieme di ogni opera.

Il cirro blu rappresenta un momento importante nella poetica di Vigliaturo, precursore di un tema – quello dei generali e del potere, ampiamente rappresentato nella spettacolare installazione di questo piano –, che si riverbererà negli anni successivi in uno dei filoni più fecondi di idee e di progetti. L’immagine di questo generale, dissacrato e ironizzato dal cirro blu posto sul capo, è alleggerita da quel bagaglio retorico relativo ad ogni inutile forma di potere, espresso qui con una limpidezza cromatica che mescola i riflessi dei blu alla trasparenza dei gialli della mano, che tiene un fiore, anelito di pace.

Dal punto di vista tecnico, risulta notevole la composizione materica dell’opera, che è possibile verificare,toccando le linee curve della superficie del vetro, la sintesi delle colorazioni, perfettamente inglobate con raffinata maestria compositiva.


CLAMORE E SILENZIO

Nel 1995 Vigliaturo espone in una personale presso il Museo storico dell’Arma di Cavalleria, a Pinerolo (Torino), che raccoglie un ciclo, quello dell’epica omerica e virgiliana, nato da una passione dichiarata dall’autore: «Io l’avevo lette a scuola (l’Eneide), […] e tirando fuori dai ripostigli della memoria i ricordi che possono essere trasmessi in pittura […] ho incominciato il

racconto», e, come nota Lucio Cabutti nella nota critica, lo fa «rovesciando l’iconografia della “potenza di guerra”», contrapponendo «alle guerre civili e alle turbolenze della città il ritorno alla terra e a una impossibile pace agreste, vagheggiando la religiosa accettazione del proprio destino». Dipinto tra i più rappresentativi di questo ciclo, riassume gli esiti formali e tematici raggiunti dall’artista in questa carrellata di rappresentazioni guerresche. I cavalli contrapposti nel gesto di sfida che si riflette dal volto e dalla postura dei guerrieri alle movenze delle bestie, sono contraddistinti dalle volumetrie dei muscoli e dai movimenti contrastanti.

File di soldati si avventano sul luogo dell’incontro mesti e sfiniti dalle fatiche della guerra, mentre ai piedi dei cavalli una massa di soldati morenti viene calpestata ignobilmente, mentre la luce che arriva da sinistra fa risplendere i loro elmi e gli scudi. E’ il segno divino – quasi di matrice caravaggesca –, di una speranza e di una possibile rinascita futura che riscatta l’infelice destino riservato a loro dalla guerra.



SALA DEI FORNI

Questa è la sala dei forni, dove è riprodotta l’atmosfera di una fornace muranese, dove si può ammirare un primo periodo di opere del maestro Vigliaturo, risalenti al 1994. I primi impasti vetrosi comparvero attorno al III millennio a.C. in Egitto e in Mesopotamia, zone ricche di sabbia silicea, componente principale del vetro e si deve ai Sumeri la sua invenzione e l’utilizzo. I primi vasi furono realizzati verso il 1500 a.C., ma fu in Egitto, in Siria ed infine a Roma che si sviluppò la tecnica della soffiatura che permise un notevole sviluppo commerciale della lavorazione del vetro. Agli inizi del X secolo nelle vetrerie veneziane e più tardi nelle vetrerie dell’isola di Murano la lavorazione del vetro raggiunse una produzione più sistematica e qualitativa assumendo caratteri artistici veri e propri. Il più antico documento relativo alla vetreria veneziana è un manoscritto del 982: si tratta di un atto di donazione dove, tra i testimoni, compare un tale "Domenicus

fiolarius", cioè Domenico vetraio ("fiola" è la bottiglia). Ciò ha permesso di festeggiare ufficialmente, nel 1982, i mille anni della vetreria veneziana. Un secondo documento risale al 1083, mentre è dal 1279 che si hanno numerosi documenti che attestano come l'esercizio di questa arte fosse concentrato a Murano lungo il Rio dei Vetrai, dove ancora oggi si trovano le vetrerie più antiche.

Fino alla metà del XIV secolo Venezia era centro vetrario europeo in grado di fornire prodotti raffinati: bicchieri, bottiglie, coppe, tazze e lampade. Dal 1450, grazie anche alle intuizioni di Angelo Barovier, vetraio di una delle famiglie più antiche di Murano, si realizzò una vera e propria rivoluzione tecnologica che porterà a uno sviluppo eccezionale lungo i due secoli successivi. Il Barovier riuscì a creare un vetro di elevata purezza, incolore e terso, simile al cristallo di roccia, insieme agli elementi già usati, quali: SILICIO, POTASSIO, e BICARBONATO DI SODIO,

introdusse l’ossido di piombo, rivoluzione del vetro, al punto che fu denominato "cristallo". Si attribuisce all'ingegnoso vetraio anche l'invenzione del "lattimo", un vetro bianco opaco simile alle porcellane cinesi, una produzione che per secoli nessuno saprà imitare. I vetrai, grazie alle esperienze quattrocentesche, perfezionarono i materiali vitrei ed elaborarono tecniche manuali

molto raffinate per foggiare e decorare i prodotti soffiati. Accanto a Murano, c’è da ricordare Altare, nella provincia di Savona – dove ha sede il Museo del Vetro, testimonianza di una tradizione storica che vede le sue origini nel 1200, anch’esso con maestri importanti che aiutarono la diffusione del vetro in tutta l’Europa, impiantando vetrerie.



IL FAUNO

Il mondo di Vigliaturo è fatto di costanti, di elementi, di figure ricorrenti che popolano le tele, i disegni, le sculture, in un inesauribile repertorio formale. Dopo le Vibrazioni marine, le Vibrazioni musicali, l’Epica, la Stanza del Potere, gli Angeli e Diavoli, ecco il Fauno. Partendo dal mondo Ellenico, a cui Vigliaturo sovente ama ispirarsi, si racconta di Pan, che con il suo suono incantava i “festeggianti” fino a portarli al delirio, questo con l’usilio del dio Dioniso. In epoca romana Pan prende il nome di Fauno, Dioniso si tramuta in Bacco e si aggiunge un terzo personaggio, il Sileno ed il nome delle feste per arrivare al delirio, diventa “Baccanali”.

Il Fauno è sempre presente con il suono del suo piffero, a volte semplice a volte doppio. Vigliaturo descrive questo personaggio, in questa scultura, in modo molto onirico, sognante, dove i colori impregnati nella sua materia vitreosa, riflessi dalla luce artificiale sulla parete appaiono come situazioni evocate nelle feste… baccanali.


LA STANZA DEL POTERE

«Il ciclo dedicato ai suoi “Generali” ha qualcosa di ludico e di contestante. Vigliaturo crea dei totem di complessa fattura – sono un montaggio di più pezzi per giungere anche ai tre metri di altezza – dove l’elemento interessante è la forma originale dei corpi, mentre certi volti dei militari sono ormai maschere inoffensive e stravaganti nella loro variegata policromia». Questa

dichiarazione del critico Paolo Levi, può essere letta come una calzante introduzione per l’installazione della Stanza del potere.

Essa, infatti, presenta un tema particolarmente sentito dalla sensibilità dell’artista, quello del potere e delle sue forme, che ha già trovato una sua indagine puntuale nell’installazione dedicata

all’epica. Segno di mostruosità, di stupidità, di arroganza, fonte di lutti, di massacri, di aberrazioni subite dai popoli in guerra, anche qui il potere infrange ogni valore umanitario. Ma ai generali, ridicolizzati e privati della capacità di agire, l’artista conferisce una nota di humor sarcastico, ribaltando il mito del potere guerresco e anelando ad una possibile pace tra i popoli, alla ricerca di quello che Levi definì un «Eden cristallino». Questi generali, dalle dimensioni totemiche imponenti e solenni – in particolare il grande Generale del 2000 –, rappresentano la progressiva evoluzione dell’artista verso sculture di notevoli dimensioni cui non manca di infondere una propria personalità e uno specifico carattere. Interagendo con le strutture preesistenti del palazzo, il forno entra a far parte dell’installazione diventando la fucina da cui vengono forgiati i soldati da mandare in guerra. Mentre, funge da fondale scenografico il murales Battaglia fuori dalle mura, realizzato nel novembre del 2005 dall’artista appositamente in loco, in cui confluiscono alcune delle tematiche epiche a lui più care e in cui l’abilità tecnica ed artigiana del maestro raggiungono il più alto livello.


ULISSE

Il tema dell’epica ci guida verso una riflessione ideologica sulla storia e sul potere. Partendo dai tempi antichi, dall’astuzia di Ulisse al coraggio e alla lealtà di Ettore, dal dolore di Andromaca alla bellezza ammaliante di Elena, il potere viene qui indagato nella sua meschinità, in rapporto al valore guerresco. Percorrendo le vicende dell’Iliade e dell’Odissea – a cui Vigliaturo è legato

secondo Lucio Cabutti da «ragioni che non si possono limitare a un felice pretesto o a una fortunata occasione […] perché il [suo] linguaggio tende ad una visione giocata alla confluenza di analoghe interazioni emotive e ideali, tra sensi di pacata cosmicità, dolorosa fatalità e intensa partecipazione esistenziale» –, egli ne indaga i protagonisti. A partire da Elena, vero pomo della

discordia, con la sua passione che diede origine alla decennale guerra di Troia, per giungere poi alle figure degli altri personaggi. Achille, eroe opportunista, che sceglie di combattere per conservare la sua immortalità, tanto facile all’ira quanto alla compassione, scoprirà il limite della virtù guerresca, subordinata al potere più bieco, di cui è solo strumento. Il troiano Ettore

vero eroe della vicenda –, che sacrificherà la sua vita per rispettare i valori della patria, della famiglia e soprattutto la volontà del padre, suggerita dagli oracoli e dagli indovini del tempo, nel tentativo estremo di capovolgere le sorti di un destino già scritto, per salvare la sua città e la sua gente dalla rovina. Di qui il suo generoso ardore in battaglia, e, al contempo, il legame profondo con i soldati, ma soprattutto con le donne, dalle quali si sente investito di particolare responsabilità, per la vita dei loro mariti, dei padri, dei figli che gli farà dire «E chi di

voi deve morire, muoia! Ma avrà salvato le sue donne, la sua città, la sua gente!».

Ancora Andromaca, eroina al suo fianco, moglie innamorata e fedele; e infine Ulisse, personaggio in cerca di se stesso, che si spinge ben al di là delle conoscenze del suo tempo, oltre le Colonne d’Ercole, allegoria dei limiti della conoscenza dell’epoca, alla ricerca di terre inesplorate, verso un altrove indefinito. Su questa traccia Ulisse è rappresentato dall’artista in maniera concettuale, come emblema dell’intelligenza perspicace e della lucida determinazione.

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