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Luzzi

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LUZZI

Molte le ipotesi sull’origine del nome: “Luzzi” risale ad una famiglia normanna al seguito di Roberto il Guiscardo che lo possedeva come feudo (Lucij); mentre secondo alcune fonti il nome potrebbe derivare dai “lucci”, un pesce che

popolava il torrente Ilice che scorre a Sud del paese, oggi raffigurati nello stendardo cittadino; e infine, secondo altri studiosi, l’origine è legata alla parola “lux”. Il paese, circondato da monti e coperto anticamente da folte boscaglie, dipendeva totalmente dalla luce del sole che lo colpiva al mattino.

Luzzi si trova in provincia di Cosenza, nella Val di Crati, ed è un paese ricco di storia e d’arte come pochi in Calabria. La storia antica del paese presenta una rilevante stratificazione di testimonianze: dall'arrivo di popolazioni

elleniche IV°secolo a.c. all'egemonia romana, fino agli insediamenti monastici dell'Alto e Basso medioevo. Secondo alcuni studiosi Luzzi potrebbe essere l'antica Tebe-Lucana. I numerosi ritrovamenti archeologici ne sono una

testimonianza preziosa. Numerose sono le chiese nel centro storico, tutte importanti per i capolavori di pittura che ne conservano.

Tra il ‘600 e il ‘700 il borgo si arricchisce di palazzi signorili, l'unico rimasto ben conservato è senz'altro il Palazzo Vivacqua, sede della municipalità luzzese. Tante le tradizioni, interessante e ancora molto adoperato, è il vestito

tipico, "la pacchiana" nato per enfatizzare la bellezza delle donne. Realizzato in seta e velluto e abbellito con preziosi merletti ed è presente nei musei folclorici più rinomati. Per quando riguarda la gastronomia, il consiglio è di

acquistare ai forni del centro storico i: "Piscialietti" taralli con anice, "la grupiriata" focaccia con sardella e "la pittacunzata" pane condito con olio, origano e pepe. E infine, da segnalare il “San Vito di Luzzi DOC” bianco, rosso e

rosato che viene prodotto nell'omonima frazione luzzese. L'origine di questa produzione è molto antica, risalente con molta probabilità da colture vinicole importate al tempo dei Greci.


Abbazia di Santa Maria della Sambucina

L’abbazia è il simbolo sacro di Luzzi. Lo splendido affresco, custodito in fondo alla navata, che raffigura la “Madonna con il bambino” detto del sambuco, dà il nome all’antico edificio. La bella tela dell’Assunzione è attribuita alla scuola di Luca Giordano e risale agli inizi del XVII secolo. L’abbazia ospitò per molti anni l’abate Gioacchino da Fiore. Fondata intorno alla seconda metà del XII sec, divenuta casa-madre dell’ordine monastico Cistercense, l’abbazia è prototipo dell’architettura gotico-ogivale dell’Italia meridionale. Nel 1569 un sisma distrusse buona parte del monastero che fu ricostruito nel 1625. Oggi dopo i recenti ed imponenti restauri della struttura originaria si può

ammirare il maestoso portale in pietra tufacea con rilievi decorativi. L’abbazia è ad una sola navata terminante con l’abside a volta ogivale e conserva pregevoli opere d’arti. Il chiostro del convento, ben conservato, è di forma

quadrata con tre corridoi sostenuti da pilastri ed archi ogivi. L’abbazia ispirò lo scrittore Vincenzo Padula che ambientò il suo poemetto “Il Monastero di Sambucina” in un convento situato negli stessi luoghi dell'antica abbazia. Nella finzione letteraria il "monastero" del nostro poeta non è un’abbazia cistercense, ma un convento di clausura femminile.

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